18/04/2009
Franz Kafka. La follia della società efficientista
Kafka,ebreo non bene integrato nella massa, è diventato secondo me il più grande critico della nostra società contemporanea, massificata e labirintica in una una specie di struttura anonima e inquisitoria.Per tale motivo non ve lo consiglio proprio. Guardate se prendete seriamente Kafka finite in paranoia. Kafka è terribile,davvero molto triste e angosciante ma la sua grandezza è anche questo. La sua letteratura sembra quasi voler dire:<< Non ci credete che viviamo in un mondo assurdo e pieni di matti?Bene, ve lo dimostro subito!>> Quello che spaventa di Kafka è che sembra volerti avvertire che per un motivo futile o per qualche incongruenza o inefficienza sei destinato non solo a essere messo da parte ma addirittura rischi di essere eliminato!. Il sistema è perfetto e funzionale nella sua follia e tu rappresenti solo un fastidio da distruggere se non sei bene inserito nella complessa e anonima struttura sociale. E' normale che poi vieni "processato" senza aver commesso alcuna colpa o disprezzato quando ti svegli una mattina come uno scarafaggio . Non è la tua identità inesistente a rappresentare un problema ma è piuttosto la tua presenza individuale non bene inserita a essere oggetto di rifiuto. Il dramma è che Kafka ti fa capire chiaro e tondo che tu non conti assolutamente nulla se non funzioni come "dovresti funzionare" o se non hai tutti i requisiti possibili immaginabili, solo che questi "requisiti" non puoi conoscerli anche se vorresti. Non sei tu a dominare l'ingranaggio ma è l'ingranaggio che domina te e il padrone di questo ingranaggio è ignoto. Tutti sanno che c'è un padrone ma nessuno lo conosce. Puoi essere una persona a posto e preparata ma un giorno qualsiasi qualcuno può buttarti via come un ferro inutile o calpestarti come uno scarafaggio perché "qualcosa di anonimo" che nessuno comprende ha fatto scattare qualche particolare meccanismo o qualche molla da qualche parte senza sapere mai dove o perché. Il brutto è che tutto avviene nella più assoluta "normalità". Tu sai di essere una persona "innocente" ma gli altri non ti vedono e soprattutto non ti comprendono e non ti possono comprendere. Il mondo è folle ma la gente ci sta bene e il pazzo sei tu che non ti sei mai adattato. Fino a ieri andava tutto perfettamente ma adesso ti è crollato il mondo addosso perché hai messo il piede nel punto sbagliato ma "quel punto" non lo avresti potuto evitare in alcuno modo: doveva esserci e stava lì per te, "solo per te"!
16:08 Scritto da metropolis6 in opinioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: kafka, ebreo, tecnocrazia, conformismo, massa, incomunicabilità | OKNOtizie |
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06/01/2009
Non Bloccare il Traffico!

“Rinuncia, rinuncia!”
(Franz Kafka)
Avevo di fronte un maledetto labirinto stradale,vuoto e caotico allo stesso tempo. Una commistione di pioggia e smog resero tutto più grigio in questa sera d'autunno in cui sentivo,vertiginosamente, di essere bloccato da una prigione invisibile dove non si conosceva né l'entrata e né l'uscita. Il vetro appannato della mia automobile sembrò per assurdo essere in sintonia con questo centro urbano. Rimasi disgraziatamente immobilizzato in un incrocio. Non potevo accedere con sicurezza alla strada principale in quanto le macchine non rallentavano per darmi la precedenza. Dietro di me si era formata una fila di auto e oltretutto qualcuno cominciava pure a lampeggiarmi. Nel frattempo, ci si era messo pure un ragazzo che era rimasto bloccato davanti al cancello di casa sua a causa della fila di auto che si era formata dietro di me. Il giovane indossava una tuta da ginnastica di colore grigio e credetti che stava uscendo per andare a fare footing. Dallo specchietto retrovisore notai il suo nervosismo e dal modo in cui gesticolava capivo che dovevo andarmene il prima possibile. Sicuramente aveva davvero molta fretta visto che stava arrampicandosi sul cancello. Aspettai ancora qualche istante e alla fine provai a immergermi. Finalmente sbloccai la situazione e gli automobilisti ridussero la velocità per darmi la precedenza. Proprio nel bel mezzo della strada un motociclista rischiò di venirmi addosso a causa della forte velocità in cui viaggiava. Non avendo altre possibilità feci subito la retromarcia ma, preso dalla paura, eseguivo così male la manovra fino al punto di urtare involontariamente contro il cancello. Un attimo dopo udivo un urlo straziante. Quando mi voltai a guardare dietro, vidi una scena terribile. Il ragazzo che aveva tentato di scavalcare il cancello era scivolato proprio sopra la punta di ferro fino a rimanerne infilzato. Il colpo che avevo arrecato con la mia auto doveva avergli fatto perdere l'equilibrio. Uscii furiosamente dalla macchina con la speranza di poterlo aiutare in qualche modo. Il suo viso era molto pallido e suoi occhi erano terrorizzati. Lungo il dorso nero della sbarra colava il sangue rosso che fuoriusciva copiosamente dallo stomaco trafitto. Provai a pensare a un modo per aiutarlo. Vicino alla porta d'ingresso dell'abitazione della vittima vidi una scala poggiata su un muro. Tentai di entrare per prenderla in modo da poter salire sopra al cancello con lo scopo di aiutare in qualche modo il ragazzo a liberarsi da quei cunei che lo avevano gravemente colpito ma, appena ci provai, il giovane mi supplicò a stento:
«Non toccare quel cancello!».
«Ma cosa dici?», gli chiesi.
«Vattene, vattene via amico mio», rispose con un tono di alterigia.
Nel frattempo il traffico aumentava e gli automobilisti diventarono furiosi.
«Non vedi che voglio aiutarti a scendere! Lasciami entrare per prendere quella scala!», insistetti.
«Quella scala tu non puoi usarla».
«Perché mai?!».
«Non è il tuo compito. Tu hai altre funzioni. Il cancello rimane chiuso per sempre».
Un automobilista scese dall'auto sbattendo lo sportello. Mi guardava con odio e mi domandò irritato: «Allora te ne vai? Non vedi che hai bloccato la città?!».
«E voi non vedete che una persona sta morendo o siete tutti impazziti?».
«Non hai ancora capito che ci devi lasciare in pace? Tutto filava liscio fino a dieci minuti fa, prima che arrivavi tu!».
«Proprio non capisco cosa diavolo vuoi dire».
«Vedi, tu ti sei in qualche modo, come dire,...intromesso. Ecco, ti sei intromesso! ».
«Intromesso? Ma sei scemo o cos'altro?».
«Senti, se non te ne vai subito da qui , io la tua macchina te la sposto con una botta!».
Di fronte a tanto cinismo non avevo più la forza di parlare e il ragazzo gravemente ferito mi guardò negli occhi con tanta tristezza.
«Ma davvero non sono autorizzato in alcun modo ad aiutarti?», chiesi al giovane ormai prossimo alla morte.
«Vattene e sblocca il traffico!», rispose il ragazzo ferito, chinando il capo.
«Ma se tu rimani lì in quella condizione finirai presto per morire!», gli gridai avvicinandomi al suo volto.
«Non fare un altro passo! Ti supplico di andartene».
«Che senso ha tutto questo?!», urlai alla folla inferocita.
Il giovane alzò la testa leggermente e con voce flebile mi rivelava le sue ultime e drammatiche parole:
«Lascia stare. Non pensare a niente e non farti troppi problemi inutili. Non hai ancora capito che qualcuno... deve pur morire!».
«Non toccare quel cancello!».
«Ma cosa dici?», gli chiesi.
«Vattene, vattene via amico mio», rispose con un tono di alterigia.
Nel frattempo il traffico aumentava e gli automobilisti diventarono furiosi.
«Non vedi che voglio aiutarti a scendere! Lasciami entrare per prendere quella scala!», insistetti.
«Quella scala tu non puoi usarla».
«Perché mai?!».
«Non è il tuo compito. Tu hai altre funzioni. Il cancello rimane chiuso per sempre».
Un automobilista scese dall'auto sbattendo lo sportello. Mi guardava con odio e mi domandò irritato: «Allora te ne vai? Non vedi che hai bloccato la città?!».
«E voi non vedete che una persona sta morendo o siete tutti impazziti?».
«Non hai ancora capito che ci devi lasciare in pace? Tutto filava liscio fino a dieci minuti fa, prima che arrivavi tu!».
«Proprio non capisco cosa diavolo vuoi dire».
«Vedi, tu ti sei in qualche modo, come dire,...intromesso. Ecco, ti sei intromesso! ».
«Intromesso? Ma sei scemo o cos'altro?».
«Senti, se non te ne vai subito da qui , io la tua macchina te la sposto con una botta!».
Di fronte a tanto cinismo non avevo più la forza di parlare e il ragazzo gravemente ferito mi guardò negli occhi con tanta tristezza.
«Ma davvero non sono autorizzato in alcun modo ad aiutarti?», chiesi al giovane ormai prossimo alla morte.
«Vattene e sblocca il traffico!», rispose il ragazzo ferito, chinando il capo.
«Ma se tu rimani lì in quella condizione finirai presto per morire!», gli gridai avvicinandomi al suo volto.
«Non fare un altro passo! Ti supplico di andartene».
«Che senso ha tutto questo?!», urlai alla folla inferocita.
Il giovane alzò la testa leggermente e con voce flebile mi rivelava le sue ultime e drammatiche parole:
«Lascia stare. Non pensare a niente e non farti troppi problemi inutili. Non hai ancora capito che qualcuno... deve pur morire!».
09:20 Scritto da metropolis6 in Racconti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | Tag: traffico stradale, incomunicabilità, indifferenza, folla, kafka, isolamenta, società tecnocratica | OKNOtizie |
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